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IL PROGETTO

Astronavi lanciate nell'immensità diventano città che vivono e s'immaginano nelle oltre 40 tele di Paolo Fiorentino, in mostra a Milano nella più completa esposizione mai realizzata

 

PAOLO FIORENTINO - DREAMING TOWNS

A cura di Valerio Dehò

Cartiere Vannucci, via Vannucci 16 – Milano

Inaugurazione venerdì 30 marzo 2007 – ore 21.30 - 24.00

Strade dagli orizzonti irraggiungibili, edifici che ricordano la vaghezza e la bellezza del razionalismo lirico di Terragni e Piacentini, geometrie segrete degli spazi: sono le “Dreaming Towns” di Paolo Fiorentino, in mostra alle Cartiere Vannucci di Milano, da venerdì 30 marzo a domenica 29 aprile 2007.

Si tratta della mostra più completa mai realizzata dall'artista romano che esporrà oltre 40 opere scelte tra la produzione più recente ed una selezione di lavori che coprono un arco temporale di circa dieci anni. Alle tele si aggiungeranno una serie di disegni preparatori che aiuteranno il visitatore nella lettura dell'opera di uno degli artisti più originali della scena contemporanea italiana.

Difficilmente inquadrabile in qualsivoglia categoria stilistica, visionario ed ironico, il lavoro di Paolo Fiorentino si concentra sulla costruzione di immaginari paesaggi urbani, privi di presenze visibili ed attraversati da improbabili superstrade che, nell'immobilismo assoluto dell'immagine, riescono incredibilmente a dare un'assurda idea di velocità. Modellate sulle architetture classiche, poi virate sul modernismo ed infine ridotte a pure forme nello spazio, le “dreaming towns” di Paolo Fiorentino riescono davvero a trasportarci in un onirico luogo ideale dove vuoto e pieno coincidono, dove il giorno è solo puro bianco e la notte è invariabilmente nera.

Nell'occasione verrà presentata una ricca monografia dell'artista con testo critico del curatore della mostra - Valerio Dehò - ed una raccolta di scritti recenti sull'artista di autori quali Raffaele Gavarro ed Alessandro Riva, Duccio Trombadori e Ludovico Pratesi ed infine un racconto di Alessandra B. Bocchetti.

Paolo Fiorentino “Dreaming towns”, a cura di Valerio Dehò Inaugurazione: venerdì 30 marzo 2007 - ore 21:30 Sabato 31 marzo, domenica 1 e lunedì 2 aprile (in concomitanza con MiArt) dalle 15 alle 23 Successivamente fino a domenica 29 aprile ogni pomeriggio - su appuntamento telefonando allo 02/58431058. 


Dreaming Towns

Testo critico a cura di Valerio Dehò

Vi è un rapporto con lo spazio dell'architettura e della città che durante tutto il Novecento ha ossessionato anche gli artisti e non solo gli architetti o gli urbanisti. La città “moderna”, quella che supera la logica dei viali ordinati e alberati di circonvallazione, quella che il Modernismo ha espanso in direzioni nuove e diverse, quella che ha concepito l'ordine come una nuova razionalità, è dopo quasi un secolo, una parte del nostro inconscio e buona parte della nostra realtà. Gli edifici e le strade sono progressivamente diventati qualcosa di unico, sorretto da sottili tensioni. Le forme stesse hanno una sorta di dinamismo interno. Anche ciò che è fermo è in movimento. La differenza per esempio tra un treno d'inizio novecento e un Pendolino attuale consiste nel fatto che il primo esprimeva velocità quando era in movimento, quando la ferraglia strideva e sbuffava come una balena. Il secondo esprime la velocità stando fermo, è la sua forma che permea l'aria d'ebbrezza dinamica. La differenza nei decenni si è sviluppata non solo nel passaggio tra la meccanica e l'elettronica, tra il rumore e il silenzio, ma anche nell'idea che la forza, l'energia, non devono manifestarsi in modo evidente e violento, ma devono essere latenti.

Altro parametro che i lavori di Paolo Fiorentino toccano in vario modo consiste proprio nell'idea di una dinamicità di cui non si conoscono le origini. Perché dimenticate, perché sospese, perché perdute. Le origini sono, infatti, il conforto ideale di una sorgente. Pensare all'inizio dà il conforto che sia comunque possibile superare l'incertezza dei tempi andando a ritroso, ripercorrendo il filo d'Arianna della vita. Ritrovando il tempo perduto. Tutto questo non è più possibile in un mondo solcato da “lost higways”, oppure costruito in modo da non avere più gli elementi di collegamento, la struttura, il tessuto urbano.

Questi due estremi trovano nel lavoro di Fiorentino una nuova patria e una convivenza altrove impossibile. Le strade sono strade e basta, non portano da nessuna parte se non verso altre strade. Questa filosofia espressa da David Lynch in varie pellicole mette in evidenza l'indeterminatezza del mondo contemporaneo. Chi vuole comprendere, non ha che da perdersi. Le briciole di pane di Pollicino, Arianna e il Minotauro, le autostrade telematiche e tutto il resto, sono balle che non ci aiutano a comprendere non solo dove siamo, ma dove vorremmo tornare. Non ci aiutano a perderci, che è l'unico modo per ritrovarci. Non vi è neppure una circolarità che ci possa aiutare, nemmeno un boulevard a cui aggrapparci, nemmeno il tempo scorre circolare nello chassis di un orologio. Non sappiamo dove conduca Mulholland Drive .

L'assenza di sfondo nei quadri di Paolo Fiorentino ha un significato preciso che è quanto stiamo cercando di dire. La neutralità del territorio in cui le dreaming towns sorgono, è il concetto di uno spazio non determinato, non definito nelle sue coordinate spaziali. Gli stessi edifici hanno la vaghezza e la bellezza del razionalismo lirico dei Terragni, Piacentini, Libera. E' uno spazio ancora umano, ma non sappiamo per quanto, ancora. Le stesse prospettive giocano sull'ambiguità dell'essere più o meno tutte “legitimae”. L'artista sa tradire le regole, le proiezioni hanno una libertà antinaturalistica: del resto come potrebbe essere altrimenti. In queste città, naturale e artificiale hanno perso ogni differenza, Se gli uomini del Rinascimento molte certezze le avevano davvero, nell'attuale Rifacimento , nome che cerca di definire la nostra epoca, tutto questo è cambiato: le certezze piuttosto si vendono su qualche piazza affari, o nei telegiornali di regime, o negli interessi che portano le strade a finire nel paradosso.

Vi è però anche una dimensione psicologica. Le strade di Fiorentino sono reti neuronali che non conducono ad un sistema nervoso centrale. Sono un sistema arterioso che porta ossigeno ai palazzi, ai quartieri che attraversano, ma il loro orizzonte spazio-temporale è irraggiungibile perché scompare sempre dietro un altro palazzo, un altro isolato che il giorno prima non c'era o che, semplicemente, non avevamo mai notato.

Il vuoto e il pieno coincidono. La decostruzione di alcuni lavori in cui la matita fa affiorare dal bianco dei solidi quanto spaesati edifici, rivela l'incertezza di fondo (o del fondo) la sua incapacità a contenere, a collegare, ad essere un campo di forze che si tengono legate le une alle altre. Il mitico e confortante tout se tient non ci viene in soccorso in questo caso. Ma ormai dovemmo essere abituati a quest'epoca d'eterno Rifacimento , a questo lavoro infinito e inutile di fare senza un senso, senza una giustificazione che non sia il “fare” stesso.

Infine l'ironia, come una sorta di dessert, di dulcis in fundo. Paolo Fiorentino appartiene a quella genìa di artisti che nel prendersi sul serio, sorride. Anche in David Lynch (a proposito) c'è una buona dose di ironia e non potrebbe essere diversamente: è l'unica uscita dal caos e dalla disperazione. A Fiorentino interessano le geometrie segrete degli spazi, le città che vivono e s'immaginano. La perdita del centro è un problema, ma è anche un punto di partenza che ha riguardato altri. Non ci sono utopie da inseguire, ma nemmeno vuoti da contemplare. Qualche nebbia, qualche strada perduta, qualche prospettiva che non mantiene ciò che promette. Tutto questo è sufficiente per vivere. Del resto l'immaginario dell'artista mette in movimento le sue città come fossero astronavi lanciate nell'immensità e nel buio dell'universo o U Boot vaganti nei bui abissi.

Un'altra metafora, ma fino ad un certo punto. La dinamica appartiene a questa ironica razionalità. Le forme sono ancora custodi di segreti, nonostante tutto, nonostante una spaesante complessità che forse solo l'ironia sa sciogliere. In questo Paolo Fiorentino sa giocare al meglio perché riesce a connettere l'intensità con una semplicità visiva che risulta sempre vincente. Non ha da dare dei consigli agli architetti, non vuole sostituirsi a nessuno e nemmeno chiedere un posto all'ANAS per mettere a posto le strade italiane. Fa l'artista e sogna, pensando ad un mondo che anche se non sarà migliore di quello che viviamo, perlomeno è diverso. Diciamo che è un buon punto di vista sulla realtà, quella di un secolo, quella d'oggi, quella che andremo a scoprire al termine del viaggio delle astronavi, al termine della notte, al termine di una strada che non ha un termine perché non ha un inizio.



   

Gruppo Cartiere Vannucci

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